C'erano, a Roma, molti modi per interpellare una persona. L'appellativo più noto e comune era dotto', diretto a tutti, anche agli analfabeti, purché avessero almeno la parvenza dell'uomo indaffarato o del giovanotto di belle speranze; poi veniva l'accattivante capo, talvolta preceduto, con enfasi sfottitoria, da grande; maschio, implicava una complicità di genere, oggi considerata riprovevole; giovane e giovanotto (a giuvano'), nascevano da una generica e vaga connotazione anagrafica, come gli opposti nonno e nonnetto (a nonne'); usatissimo eccelle' (eccellenza), diretto a chiunque avesse uno straccio di autorità, anche se fittizia; quanto al fisico il limite era la fantasia: filagna (spilungone), nano, gamba de legno (zoppo), Cirano (nasone), belli capelli (calvo), scucchia (mento sporgente), Dumbo (mostruose orecchie a sventola), moro de Venezia (colorito bruno), sor tartaja (balbuziente), solo per farsi un'idea; sóla, era l'attaccapezze venditore di fumo, conte, chi posava a nobiluomo, burino, il villan rifatto e pariolino il borghesuccio arrogante. Si potrebbe andare avanti a lungo, perché le possibilità di trovare nel proprio simile una particolarità, una sfumatura, un atteggiamento, un difetto anche minimo sono pressoché infinite, e all'occhio del romano così evidenti da essere immediatamente tradotti in parola. Ma tra i tanti appellativi uno ce n'era che racchiudeva in quattro lettere un'intera ontologia, coso. Coso era e resta la sintesi sublime di essere e non essere. Il dubbio amletico, infatti, sorgeva non appena qualcuno si sentiva dire: "a coso...". Colto dal panico, l'interpellato s'aggrappava a un timido. "Chi... io?". Si trattava, è chiaro, di un escamotage dilatorio: il coso era lui, certo, ma lui chi? Questo era il punto: chi era veramente lui, se per l'altro era un coso? E più ci si arrovellava, più la crisi di identità dilagava. Smarrita ogni certezza, restava, gigantesco e assillante, quel coso che gli martellava il cervello con la sua assenza di significato. Perché essere un coso era come essere tutto e nulla. Avrebbe preferito di gran lunga essere apostrofato con termini malevoli e perfino ingiuriosi, ma pur sempre riconducibili a qualcosa di personale, piuttosto che in quel modo. Di fronte a un'offesa, avrebbe potuto difendersi, ribadire che no, lui era tutt'altro, ed era pronto a dimostrarlo, avrebbe potuto respingere l'insulto e addirittura combattere per affermare la propria entità. Così, invece, non aveva scampo, non poteva opporre nulla, perché lui stesso era nulla, o meglio, era peggio che nulla, era un coso.
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