Pupurrì

Ricordo di padre Raffaele Massasso

“... sciaurati, che mai non fur vivi...”: il verso dantesco, gridato a tutta voce, feriva le nostre orecchie di somaracci ignavi. A proferirla era un pretino tutto nervi e spigoli, asciutto, bruno, spiccio di modi e di parole. Era il lontanissimo 1959 e il Massimo era ancora nel suo bel palazzone di Largo di Villa Peretti 1. Arrivavo fresco fresco da un esamino di licenza media sostenuto più che onorevolmente presso il Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, che però aveva lasciato insoddisfatto mio padre. Fu deciso un cambiamento di scuola e, su consiglio del neocognato ed ex alunno Vanni Beltrami, la scelta cadde sull’istituto dei Gesuiti. Così dall’oggi al domani e senza poter dire la mia (non eran tempi quelli di contestazione) mi trovai, ancora convalescente di una laboriosa tonsillectomia, in uno stanzone austero tra compagni di classe sconosciuti, davanti a don Raffaele Massasso, insegnante di lettere al ginnasio. “Sei col prete bello”, mi consolò il neocognato ex alunno. Bello don Raffaele non era, casomai distinto, ma soprattutto era un insegnante coi fiocchi e un educatore tosto, tostissimo. Ebbi modo nei due anni di ginnasio di apprezzare l’uno e l’altro aspetto, anche se il secondo mi lasciò stampata sulla guancia in fiamme l’impronta della sua mano ossuta. Era accaduto che durante l’intervallo un Medici Tornaquinci aveva sparso una manciata di fulminanti sull’impiantito del corridoio ed io, calpestandone uno inavvertitamente, lo avevo fatto esplodere. Neanche il tempo di capirci qualcosa e l’ira funesta di don Massasso aveva fatto giustizia sommaria. Venni anche espulso con ignominia, ma la faccenda si appianò subito con la confessione spontanea del vero colpevole e la conseguente riammissione nel consorzio solidale degli “sciaurati”. Capii a volo che il nume iroso era mortificato e che, sotto il fare burbero, si nascondeva il desiderio di scusarsi senza perdere in dignità. Sul momento ci restai male eppure, lo compresi più tardi, quello schiaffone mi aveva fatto un gran bene: mi aveva procurato sul campo i galloni di “massimino” togliendomi la patina di estraneità all’ambiente che mi aveva fin lì accompagnato. Da allora, fino alla maturità, tutto filò liscio, nonostante il trauma del trasloco dalla vecchia sede alla nuova. Negli spazi inconsueti del nuovo Massimo lo persi di vista. Altre figure di eccellenti maestri si sovrapposero alla sua, ma se l’amore per le belle lettere ancora mi fa intingere metaforicamente la penna nel calamaio è principalmente per merito suo. A lui infatti è dedicato il mio primo indecoroso parto poetico, una parodia de “La partenza del crociato” di Visconti Venosta. Fu un inizio tutt’altro che promettente, ma tant’è. Arrivederci caro, indimenticabile padre Raffaele Massasso.    

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