Pupurrì

Intervista

Premessa: Non ricordo assolutamente nulla delle circostanze che portarono a questa intervista. Ricordo solo di essermi assopito, come faccio di solito dopo pranzo, e di essermi svegliato con la sensazione di aver dormito a lungo e profondamente. In realtà il sonno, se così posso chiamarlo, era durato poco più di mezz’ora, come d’abitudine. Al risveglio trovai, sparsi sul divano, alcuni fogli scritti a mano con una grafia simile in tutto e per tutto alla mia. Sorpreso, li lessi. Era un’intervista, un’intervista a me stesso. Eccola.

 

"Buongiorno. Permette?".

"Prego, s’accomodi… ecco, si sieda qui, sulla poltrona. Lei è venuto per…"

"Intervistarla".

"Intervistarmi!? Ma guardi che ci dev’essere un errore. Io… io non sono nessuno… non rappresento… io… non interesso… non posso interessare…"

"Nessun errore. E’ appunto perché lei non è nessuno e non rappresenta nulla che l’intervisto. Lei è semplicemente se stesso, e questo è ciò che interessa. Lei per primo, ovviamente".

"Certo. Naturalmente. Capisco. Ma… che senso ha intervistarmi? Non le sembra che… sì, insomma, io sappia già tutto di me e che sia proprio inutile chiedermi cose che conosco fin troppo bene?".

"Mi aspettavo questa obiezione. Ero sicuro che l’avrebbe tirata fuori. Le rispondo subito. Lei crede di sapere tutto di sé. Tutti lo credono, lo danno per scontato. E invece non è così, non è affatto così. Vede, in una intervista ci sono delle domande. Bisogna rispondere. Nelle risposte ci si scopre. E allora occorre stare attenti, riflettere, misurare le parole, confondere le acque, dare di sé l’immagine che si desidera dare. Ma nel farlo vengono a galla un mucchio di cose, cose insospettabili, nascoste, che non s’immaginava di avere e che l’intervistatore, senza parere, fa emergere".

"Come Socrate".

"Socrate?".

"Sì… il filosofo… sa, la storia della levatrice".

"Ah… sì… beh, vogliamo cominciare?".

"Cominciamo".

"Bene. Andiamo con ordine. Luogo e data di nascita".

"Ma… è un’intervista o un interrogatorio?".

"Lasci fare a me. Si fidi. Rispond"a.

"Sono nato a Roma, il 22 gennaio del 1946".

"I suoi erano romani?".

"No. Mio padre era di famiglia ferrarese e la mamma era fiorentina".

"E allora?".

"Come, allora?".

"Si, dico, che ci facevate a Roma? Eravate sfollati? O che altro?".

"No, papà era arrivato a Roma nel 1918 e la nonna, andando a trovarlo, s’innamorò della città e ci si trasferì. Diventarono tutti romani".

"Tutti?".

"Sì. La nonna, papà, suo fratello e, naturalmente, anche la mamma, dopo il matrimonio".

"E lei?".

"Anch’io, certo".

"Era figlio unico?".

"No. I miei si sposarono nel 1931 e nel 1932 nacque mia sorella Cecilia. Ci voleva un maschio, per via del cognome Prosperi. Nel 1936 venne Piero a sistemare le cose".

"E dopo?".

"Venne la guerra…".

"Bella scoperta".

"…Piero si beccò il tifo e morì. Ci voleva un altro maschio. La mamma non voleva, ma… eccomi qua".

"Contento?".

"Se avessi anche solo una vaga idea di come stavo prima, le potrei rispondere".

"Non faccia lo spiritoso".

"Scusi, ma che vuole che le dica. Quando si viene al mondo non ci si raccapezza. Ci sono soltanto sensazioni. Uno stato primordiale, istintivo. Ci vuole un bel po’ prima di cominciare a farsi un’idea, che quasi mai è quella giusta. Comunque il gioco è fatto e non serve prendersela con chi ha dato le carte. Ha ragione Heidegger: ti trovi catapultato nella vita e non puoi chiamarti fuori. Devi stare al gioco e vedertela con te stesso".

"E chi sarebbe questo Heidegger? Un biologo?".

"Un filosofo, uno che si divertiva con l’esserci dell’essere e altre cosucce ontologiche. Roba inutile, ma che nei salotti fa un certo effetto, fa passare per intellettuali e magari serve a far colpo sulle donne, almeno un tempo".

"Ah".

"Acqua passata".

"Torniamo ala domanda".

"Beh, secondo la mentalità comune, non mi era andata male. Poteva andarmi molto peggio".

"Però?".

"C’era qualcosa che non mi convinceva, qualcosa… non saprei come definirla… un dubbio… un tormento… un’irrequietezza. Tutto era troppo semplice e scontato. Sapevo che c’era la fregatura, ma non capivo dove".

"E poi?".

"E poi, col tempo, la faccenda si chiarisce".

"In che senso?".

"Che non c’è nessuna fregatura".

"Mi prende in giro?".

"No, ci mancherebbe".

"Allora si spieghi".

"Sì. Userò una metafora. Nella Grande Guerra, dopo settimane e mesi di sacrifici, i soldati conquistavano la trincea che gli stava davanti e scoprivano che dietro ce n’era un’altra. La prendevano, e ne trovavano un’altra e così di seguito. Non era una fregatura, era semplicemente la guerra. Non resta che andare avanti. Qualcuno cadeva, altri proseguivano per cadere poco dopo, sostituiti da altri ancora e così via".

"Non sarà una fregatura, però…".

"E’ così. E’ un gioco. Gliel’ho detto".

"Sarà. Ma andiamo avanti. Com’è stata la sua infanzia, la sua giovinezza?".

"Normale. Scuola e studio. Pochi amici. Lunghe vacanze estive e molto “fai da te”.

"Fai da te? Che significa?".

"Significa che, al contrario di oggi, allora il tempo libero era tutto da “inventare”.

"Cioè?".

"Oggi i bambini hanno un mondo elettronico a disposizione e possono stare giornate intere chiusi in casa a giocare immersi in atmosfere artificiali. Noi invece dovevamo arrangiarci".

"Arrangiarvi?".

"Infatti. Molti giochi erano inventati lì per lì. E poi, quando era possibile, si usciva per giocare insieme ad altri, nei giardini o in qualunque altro spazio. Io ero tra i più fortunati. Avevo una piccola fetta di campagna toscana a disposizione per l’intero mese di settembre, quando eravamo ospiti di uno zio materno. Non potevo desiderare di meglio. Quello è ancora adesso uno dei miei ricordi più cari. Peccato che quel luogo fantastico si sia trasformato nella più squallida periferia fiorentina, Sorgane. Il nome stesso sa di fogna e di pantegane. Un delitto, uno dei tanti che hanno assassinato le nostre meravigliose città e i loro dintorni".

"Via, non se la prenda".

"Ha ragione. A che serve? La gente che vive in quei loculi di cemento non conosce altro, non immagina neppure come si viveva mezzo secolo fa".

"Perché? Come si viveva?".

"Eh, era un altro mondo, tutta un’altra cosa".

"Provi a dirmela. Potrebbe essere interessante".

"Crede? Sì… forse… chissà. Intanto c’era la famiglia, c’erano un padre, una madre e figli e nonni e zii e cugini e ognuno aveva il suo posto, sapeva chi era. E c’era la scuola, quella col maestro, con il professore e le lezioni e i voti e gli esami…".

"Ma perché, oggi…"

"Non m’interrompa, la prego, mi lasci dire… Dunque, la famiglia, la scuola, e poi le istituzioni e l’autorità e, insomma, una società strutturata, identificabile, con molti difetti, ma solida e affidabile perché basata su regole di comportamento largamente condivise. Si cominciava fin da piccoli a imparare l’educazione, non parlo di etichetta, che era un di più nobiliare e borghese, ma il saper stare al mondo con gli altri, la buona creanza, il rispetto, la disciplina, la discrezione, il comportamento civile, tutte cose che abituano all’umanità e permettono di vivere in armonia con tutti. Ognuno aveva il suo ruolo, sapeva cosa doveva fare e cosa ci si aspettava da lui".

"Soffocante, non crede? Mancava la libertà".

"Così sembrava, ma non era vero. La libertà ha sempre a che fare con la coscienza del proprio limite. Il limite è nella natura stessa dell’uomo e quando lo si vuole abolire… Ricorda la storiella di Adamo, Eva e del peccato originale?".

"Certamente".

"Non è altro che la storia del limite. La si trova più o meno in tutte le culture, perché l’uomo l’ha sperimentata sulla sua pelle fin dall’inizio e l’ha trasmessa attraverso i miti".

"Interessante, ma le potrei rispondere con un’altra storiella, quella di Prometeo che ruba il fuoco agli dei. Non le sembra che il limite implichi il bisogno irresistibile di superarlo? Non ci sarebbe progresso, altrimenti".

"Indubbiamente. Ma quello che conta è il prezzo da pagare. Prometeo e i progenitori pagarono un prezzo. Passarono da una condizione a un’altra. Dopo aver mangiato il frutto proibito, Adamo ed Eva, dice la Bibbia, “si accorsero di essere nudi”, cioè presero coscienza di ciò che erano. Quello fu il momento in cui divennero uomini".

"Perché, non lo erano già?".

"No. Lo divennero solo quando ebbero la misura di sé, quando compresero di essere in relazione con tutto il resto. La nudità allude alla relazione con l’altro e alla necessità di tenerne conto, altrimenti non c’è conoscenza e il progresso va a farsi benedire".

"Una relazione tutt’altro che facile".

"Senza dubbio. La relazione, qualunque tipo di relazione è altamente instabile. L’equilibrio si rompe in continuazione e queste interruzioni muovono la storia… dal Big Bang fino a… chissà quando…".

"Torniamo a lei".

"Bene. Il mondo che io le ho descritto era una pausa di equilibrio dopo gli sconvolgimenti del secondo conflitto mondiale. Fu, per certi aspetti, un periodo simile alla Belle Epoque, caratterizzato dal grande desiderio di vivere, di costruire, di sperimentare. Furono anni entusiasmanti per il teatro, il cinema, la musica. C’era voglia di novità e di cambiamento. Le giovani generazioni sognavano di rifare il mondo. C’era in giro aria di rivoluzione. Si sentiva che l’equilibrio stava per rompersi di nuovo, che qualcosa o qualcuno prima o poi avrebbe fatto saltare il tappo. Ero al’università quando scoppiò il sessantotto…".

"Scoppiò?".

"Sì, fu un’esplosione che in poche settimane travolse tutto. Le regole di vita che avevano retto fino ad allora, saltarono. Il vecchio moralismo scomparve, sostituito da un individualismo fin troppo sfrenato. Una ventata di entusiasmo innovatore percorse l’America e l’Europa. La nascita di qualcosa di radicalmente nuovo sembrava finalmente possibile, a portata di mano. Un nuovo umanesimo era alle porte. Il sogno, tuttavia, durò pochissimo. La risposta politica non si fece attendere. I movimenti, sorti spontaneamente, furono presto imbrigliati, strumentalizzati, corrotti e la rivolta dei figli dei fiori finì in tragedia".

"Allude al terrorismo e agli anni di piombo?".

"Anni terribili, specie da noi".

"Ma lontani, ormai".

"Apparentemente. C’è ancora fiamma che cova sotto la cenere e vampate che di tanto in tanto minacciano nuovi incendi. Ma lo spirito del sessantotto, quello è morto e sepolto".

"E lei? Come lo ha vissuto?".

"Avevo poco più di vent’anni ed ero iscritto alla Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma. Un mattino trovai la Facoltà occupata. Impossibile entrare. Una moltitudine di studenti riempiva i viali dell’Università. Non sapevamo che fare. Nessuno lo sapeva. Si aspettava che accadesse qualcosa. E qualcosa accadde: uno studente, forse spinto, chissà, finì a terra e morì. Intervenne la polizia. Ci furono cariche e scontri dentro e fuori l’università. Nulla fu più come prima. Chi non fu pronto a cambiare si trovò improvvisamente invecchiato prima del tempo, emarginato, out. E’ quello che mi successe".

"Addirittura?".

"Sì. Non ero preparato. Ero cresciuto in una famiglia borghese, avevo ricevuto un’educazione tradizionale e fortemente cattolica, avevo studiato dai gesuiti e frequentato circoli e movimenti legati al cattolicesimo, non ero pronto per un mutamento tanto radicale. Ero sorpreso, spiazzato, incapace di reagire e di prendere posizione. Quello che fino al giorno prima era certo, il giorno dopo non lo era più. Il corso di laurea, il metodo di studio, gli esami: tutto cambiato. Infilai una serie di trenta con ridicola facilità. Scambiai materie indigeste con altre più abbordabili. Ma quando alla fine mi laureai senza infamia e senza lode non ero contento. Quel titolo mi pesava. All’inizio avevo pensato di tentare la carriera universitaria, poi non ne feci nulla".

"Perché?".

"E’ quello che continuo a chiedermi ancora oggi".

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