Barbadoro

Poesie

Trama

Cos'è Barbadoro? E' una villa, o meglio, era, perché oggi quella che si presentava come un'antica casa di campagna semplice e austera si è trasformata in un coacervo edilizio circondato da villette anonime, sorte sulle vestigia di pollai, magazzini e porcilaie, e, dove un tempo c'era il podere, ora incombono le orride cementificazioni di Sòrgane, uno dei tanti quartieri periferici della città di Firenze. Tornarci, anche solo col pensiero, è una pena insopportabile, eppure a quella villa è legata una parte importante della mia infanzia.

Apparteneva a uno zio materno, scapolo e anche un po' misantropo, che ne aveva fatto il luogo ideale per i suoi otia senili e il quieto rifugio estivo per i familiari. La vita a Barbadoro aveva ritmi agresti, lenti e ripetuti; la mancanza dell'acqua corrente obbligava alla parsimonia e a un'igiene ridotta all'essenziale: tre piani di ripidi scalini sconsigliavano il ricorso frequente al pozzo. La cucina era, come si usa dire oggi, a chilometri zero dal momento che uova, pollame, ortaggi e frutta erano a tiro di mano e non si sentiva il bisogno di supermercati. Soltanto il pane, croccante e profumato, si comprava ogni giorno nel forno di Via Buia insieme con la "stiacciata all'uva" di cui tutti erano ghiotti.

Il podere, a mezzadria, era condotto dal colono con sistemi primitivi: una coppia di buoi faceva il grosso del lavoro, al resto pensavano le braccia. Ogni anno lo zio, chiamati il fattore e il sensale, dava via il vitello appena ingrassato e vendeva il vino e l'olio, eccetto il modesto quantitativo da tenere per uso familiare. La vendemmia chiudeva la villeggiatura ed era festa per grandi e piccoli che avevano licenza di salire sul carro e di accompagnare le bigonce piene d'uva nel lento e agitato viaggio verso il tino. Finita la raccolta, l'interesse era tutto per la cantina dove c'era da pigiare e torchiare e mettere a seccare l'uva moscato per il vin santo e sorvegliare il mosto che bolliva diffondendo nell'aria vapori inebrianti. Giornate intense che volavano rapide verso il tramonto senza bisogno di dover ricorrere all'oppio della televisione che, del resto, non c'era.

La mamma, molto legata a Barbadoro, amava prima di cena salire sul poggio dietro la villa per godere del panorama e della frescura. Ancora sudato per le scorribande in campagna, mi offrivo d'accompagnarla. Salivamo in silenzio, lei più lenta e pensierosa, io di corsa avanti e indietro, come un cane attratto da tracce d'odori. Di tanto in tanto la mamma si fermava ad ammirare tra i ciuffi d'erba sul sentiero i fiori sanguigni del garofano selvatico. In cima al poggio, poco prima del bosco, ci si fermava. Seduti all'ombra di un cipresso secolare, lasciavamo che il tempo scorresse mentre lo sguardo vagava sui colli fiorentini, dall'Incisa ai monti della Calvana che, in lontananza, sfumavano nell'aria della sera incombente.

Quella vastità di spazi e di meraviglie mi rendeva inquieto, ansioso, agitato da strane sensazioni, da pensieri tumultuosi, da curiosità sfuggenti e inspiegabili. Volevo parlare e tacevo, mentre la mamma, forse intuendo, mi faceva una carezza. La campana della Badia di Ripoli interrompeva il nostro fantasticare. Era l'ora del ritorno per non tardare alla cena. La vita, dopo quella breve sospensione, riprendeva a scorrere coi ritmi consueti. La discesa era breve; in un attimo eravamo all'ingresso del giardino, appena in tempo prima che Maria, la cuoca dello zio, annunciasse dalla finestra della cucina che era "pronto in tavola". Lassù, sul poggio ormai in ombra, un vento leggero muoveva le fronde degli ulivi facendole danzare come lucciole d'argento. E subito calava la notte, sorvegliata attentamente dalla luna.

Cit.

Lascia una recensione

invia

Scrivimi e contattami