Raccontava mio padre che una nobildonna amica di famiglia, la contessa Pullé, raggiunta la cinquantina senza aver incontrato l’anima gemella, invitò parenti e amici a festeggiare le sue nozze con il signor Benvenuto Mezzosecolo. Lo stile perfetto della partecipazione e, soprattutto, l’attendibilità della mittente ebbero la meglio sulle non troppo velate perplessità dei destinatari, colti alla sprovvista dall’annuncio. All’invito dunque seguirono le immancabili felicitazioni, accompagnate, come d’uso, da regali adeguati al nome e al rango della sposa. Giunto il fatidico giorno, gli ospiti furono accolti con l’etichetta imposta dalla circostanza. La curiosità di conoscere il misterioso mortale che avrebbe impalmato la matura gentildonna (e le sue cospicue fortune) era a dir poco spasmodica. Le congetture più strampalate, le opinioni più fantasiose trovavano in quel serissimo consesso insperato credito. Ci fu addirittura chi, inventando lì per lì tra l’invidia generale, vantò una conoscenza diretta del promesso sposo, della famiglia, delle sue molteplici attività.
Quando tutti erano arrivati da un pezzo e la tensione minacciava di esplodere, la contessa Pullé, sobria, elegantissima, raggiante, fece la sua comparsa nella sala. Ogni sguardo fu su di lei e sulla porta dalla quale sarebbe certamente apparso di lì a poco il personaggio tanto atteso. Nessuno però si fece vivo. Sui convitati scese un silenzio carico d’ansia e di inquietudine. Che ne era dello sposo? Un contrattempo? Un incidente? Che altro? Nulla - spiegò divertita la gentildonna - assolutamente nulla di cui preoccuparsi dal momento che il signor Mezzosecolo non aveva altra fisica consistenza che quella di un gioioso compleanno da festeggiare senza falsi pudori in piacevole compagnia. Nessuna idea di matrimonio, dopo tanti anni di consapevole zitellaggio, le aveva attraversato la mente; piuttosto il giro di boa che introduce gli esseri umani nella declinante incertezza della senilità l’aveva indotta in tentazione, nella tentazione eccitante e birichina di prendersi in giro con garbo e di sorprendere con una goliardata i conoscenti, stucchevolmente ligi e rispettosi del bon ton, del decoro e delle convenienze.
La contessa Pullé, donna colta e intelligente, conoscendo i suoi polli, non si aspettava certo di essere capita e tantomeno approvata nel suo desiderio di uscire una tantum dal seminato, perciò, per non rischiare di essere fraintesa, aveva fatto rimettere in ordine i pacchi dei regali che una irrefrenabile curiosità tutta femminile le aveva fatto aprire. Alla fine del pranzo che potremmo definire “di risarcimento”, spente le cinquanta candeline e alzato il calice augurale, la contessa, ringraziando gli ospiti, restituì a ciascuno il suo, magari con qualche occhiatina maliziosa ai più arpagoni. Lo scherzo, così ben congegnato e riuscito, fece scalpore, tanto da essere ricordato a lungo e commentato non sempre, a dire il vero, benevolmente. Del resto malumori e mugugni sono il corollario di tutte le burle e in particolar modo di quelle che mettono alla berlina le comuni usanze e consuetudini. Guai toccare le regole. D’altra parte la contessa, che conosceva bene i dettami della buona società e altrettanto bene li praticava, non aveva certo avuto l’intenzione, come sussurravano certe malelingue, di prendere a gabbo col suo stravagante invito la sacralità dell’istituto matrimoniale: si era semplicemente tolta la soddisfazione di stuzzicare con arguzia quanti, ottusamente confinati nelle angustie delle ipocrisie sociali, non volevano concedere a una nubile gentildonna il beneplacito di vivere in santa pace secondo le sue inclinazioni. Tutto qui. E se qualcuno l’aveva presa a male, pazienza, era pronta a pagare lo scotto della sua impertinenza.
Non ci fu, com’era prevedibile, nessuno scotto da pagare: il cognome che portava era più che sufficiente a metterla al riparo dai rischi che correvano a quei tempi le donne poco disposte a recitare passivamente i ruoli loro assegnati da una società di colli torti e di don Pirloni. Ma, a parte il cognome, la contessa aveva spirito e temperamento tali da permetterle di tenere testa a chiunque minacciasse la sua indipendenza. E proprio quell’indipendenza, così rara nel gentilsesso di un secolo fa, doveva aver fatto breccia nell’animo di mio padre se, quando parlava della spassosa vicenda di cui era stato testimone, i suoi occhi avevano bagliori di divertita complicità e il tono della voce, altrimenti distaccato e solenne, a malapena celava l’eco di una irrefrenabile ilarità.
E oggi? Proviamo a immaginare a cosa sarebbe andata incontro la spiritosa gentildonna se avesse avuto l’avventura o la disavventura di vivere oggi il suo volontario celibato. Nessuno certo, in questi tempi di Diane e Camille, avrebbe preteso da lei il rispetto di regole cadute in totale disuso. Qualcuno, forse, al posto di noiosissime nozze, le avrebbe suggerito più stuzzicanti e volubili convivenze, o il brivido dei vagabondaggi, oppure l’ebbrezza della filantropia mordi e fuggi, o anche la voluttà dell’intellettualismo impegnato, o magari l’apoteosi del carrierismo e del potere e poi, chissà, anche l’estasi di qualche sniffatina da salotto buono. Suggerimenti che la nobildonna, con l’indipendenza di giudizio che la distingueva, avrebbe certamente sdegnato per fare, come sempre, di testa sua.
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