Autobiografia

Autobiografia

Sul finire dell’estate del ’44 la mia famiglia si era rifugiata a San Marino. Il fronte, pensavano, avrebbe sorvolato il Titano a volo d’uccello e dopo si sarebbe finalmente tornati a vivere. Fu un calcolo sbagliato. La guerra fece il nido sulle rive del Marecchia e nella repubblica sanmarinese scoppiò il tifo. Piero, mio fratello, non la scampò. Era ancora un bambino e la sua perdita lasciò un vuoto incolmabile. Toccò a me colmarlo. C’era poco da discutere. Venni al mondo in una fredda mattina romana di fine gennaio del ’46. Protestai strillando, come fanno tutti i neonati di questo mondo. Fiato sprecato.

Mi chiamarono Paolo per non scostarsi troppo dall’altro. Lì per lì non ci feci caso: il nome era l’ultima cosa che mi interessasse. Dovevo ancora orientarmi e capire in che razza di luogo ero finito e che avessero a che fare con me tutte quelle persone, vecchie per lo più, che mi vezzeggiavano dandomi un fastidio insopportabile. Seppi più tardi che quel nome apparteneva al più rompiscatole tra gli apostoli, ma anche al più colto e, soprattutto, a un civis romanus. Andava bene così.

Sostituire un fratello morto più che faticoso è inutile e stupido. Tu vorresti essere tu e invece ti fai in quattro per essere come lui. Non ci riesci, ovvio, e ti sforzi per paura di deludere chi pensi ti vorrebbe identico al modello. Fatica buttata. Gli anni passano, diventi ragazzo, poi giovane, poi adulto e infine vecchio, e hai sempre un bambino fra i piedi che ti guarda con aria interrogativa. Che ci fai tu al posto mio?, sembra chiedere. Già, che ci faccio? Vivo la mia vita, perdiana! Lasciami in pace. Lui, è chiaro, non ha alcuna colpa. Quel chiodo me l’hanno ficcato in testa altri, e io ci ho picchiato sopra. È ora di finirla.

Ho tre luoghi della memoria che mi sono particolarmente cari, questi:
il villino di Milano Marittima, Barbadoro e Grisciavola

Milano Marittima

Il villino di Milano Marittima c’era da prima che nascessi. Lo aveva acquistato mio padre dal muratore che lo aveva tirato su alla bell’e meglio sfidando i tempi e l’imminente conflitto. I miei ci avevano passato l’inverno tra il ’43 e il ’44, prima di sfollare a San Marino. Per quarant’anni, è stata la mia casa estiva. Subito dopo la guerra si respirava in tutta la riviera romagnola aria di miseria. Mancava un po’ tutto; perfino l’acqua potabile si andava a prendere con fiaschi e damigiane alla fontana della rotonda Milano. C’era gran voglia di ricominciare. In poco tempo tutto cambiò e da Pinarella al Savio fu una corsa frenetica a urbanizzare: la pineta non fu più la selvaggia foresta dove si andavano a raccogliere le more; la spiaggia si riempì di file e file di ombrelloni sempre più fitti; i chioschi modesti si trasformarono in bar e ristoranti; il soffio potente del garbino venne soffocato dalla musica degli altoparlanti e dal vocio della gente; il pattino di legno cedette il posto al pedalò; i negozietti di cianfrusaglie divennero boutiques raffinate e costose; gente rumorosa e villana prese il posto delle vecchie famiglie di villeggianti. Milano Marittima non era più quella che avevo conosciuto. Morto mio padre, la villa fu venduta a un cesenate pieno di soldi e vuoto di tutto il resto che la demolì per costruire un bunker orrendo con piscina.

Milano Marittima
Barbadoro

Barbadoro era il frutto di una vita di lavoro dello zio Guido. Caratteraccio fiorentino, lo zio era, in fin dei conti, un buon uomo, timoratissimo di Dio e col pallino dell’agricoltura.

Poco discosto dalla Via Chiantigiana, a un tiro di schioppo dalle mura di Firenze, l’antica residenza dei Barbadori dominava un poderetto di pochi ettari nel quale lo zio, avvocato in pensione, profondeva i suoi non lauti risparmi nell’illusione di cavarci un guadagno.

Quel che ne ricavava erano quattro o cinque orci di olio passabile, un paio di botti di un Chianti assai rustico, qualche bottiglia di ottimo vin santo e grane a non finire. A lui andava bene così. Ma ci si mise la politica: quei filari di viti e di olivi e quei campetti tirati a sudor di bue dal colono dovevano trasformarsi in casermoni di cemento grigio e in parco pubblico.

Lo zio si ritirò a Grassina e villa Barbadoro intristì nel più totale abbandono fino a diventare un rudere. Oggi l’hanno rimessa a nuovo, togliendole l’anima e inglobandola in un quartiere dal nome orrendo, Sorgane.

Barbadoro
Grisciavola

Grisciavola era stato il nido d’aquila di padre Guido Alfani, uno scolopio famoso per gli studi sui terremoti. I parenti dello scienziato la tenevano come cosa sacra, e lo era anche per me che ci andavo per qualche giorno a trovare i cugini di Firenze.

Abbarbicata sulle pendici dell’appennino pratese, la villa non era niente di che, e la modesta proprietà fondiaria, per la natura del terreno, risultava quasi incoltivabile, ma i boschi infiniti erano un paradiso di natura selvaggia, fonte inesauribile di sorprese e di meraviglie.

Anche in quel mondo salgariano era destino che arrivasse la civiltà: il regno di padre Alfani è diventato un condominio kitsch ad uso di qualche lanaiolo pratese. La vendetta non si è fatta attendere: una fuga di gas ha buttato tutto all’aria (senza vittime, fortunatamente).

Grisciavola

Passioni

Nel mio percorso di studi ho avuto molti insegnanti, alcuni mediocri, la maggior parte buoni, qualcuno ottimo. Uno, in particolare, ha influenzato le mie scelte. Il professor Mario Scotti, fratello giovane del più noto Vincenzo, era alle prime armi quando lo conobbi al liceo. Insegnava letteratura italiana e lo faceva con grande acutezza di mente e libertà di giudizio non scevra da una pungente ironia. Ci impose subito una cura da cavallo per farci uscire dalle angustie del programma scolastico. Imparammo a bazzicare i moderni delle letterature europee ed extraeuropee. Per molti di noi fu una scoperta esaltante. Corsi a comprare Neruda. Lo lessi d’un fiato senza comprendere nulla. Lo confessai al professore che sorrise divertito. Passai al Libro d’ore di Rilke nella traduzione di Vincenzo Errante: una folgorazione. Scotti continuò a sorridere. Non smisi più di leggere, disordinatamente, battendo le librerie romane e fiorentine con l’ansia di scoperte inattese, di chicche scovate per caso tra gli scaffali più impervi, di esemplari sopravvissuti, di edizioni introvabili, di perle d’elite come quelle pubblicate nella collana All’insegna del pesce d’oro da Vanni Scheiwiller. Uscii da quelle letture stremato e con la testa in subbuglio, ma con un’idea chiarissima in testa: mi sarei iscritto a Lettere. E così fu.

Passioni

Innamorarsi una volta è una grande fortuna, se poi l’amore, come è successo a me, dura e cresce per tutta la vita è una fortuna sfacciata. Di questi tempi capita sempre meno e i veri amori sono ormai una rarità. Ho sotto gli occhi l’immagine recentissima di due coetanei settantenni che si abbracciano con tenerezza infinita in una corsia d’ospedale. Commovente. Altri, infettati dal virus, sono morti uno accanto all’altra, mano nella mano, grazie alla sensibilità dei medici. Una dolcezza indescrivibile. Se c’è una cosa che davvero desidero è di non sopravvivere a mia moglie. Ho trascorso con lei oltre mezzo secolo. E’ lei la mia sola ragione di vita.

Ho guidato nella mia vita numerose automobili ricavandone la certezza che ogni mezzo meccanico che si muove ha, se non proprio un’anima, di certo una personalità e un carattere. Ho avuto a che fare con macchine docili, bizzarre, dispettose, fedeli, gelose, incerte, infaticabili, timorose, scalpitanti, fragili, permalose, audaci, riflessive, simpatiche, insopportabili, ruffiane, altezzose, previdenti, protettive, e tutte mi hanno insegnato qualcosa salvandomi, a volte, la vita. La convivenza non è mai stata lunga. Le lasciavo prima che invecchiassero, con una eccezione: Isabella. Il nome corrispondeva alla vettura: Isabella era riservata, distinta, signorile ed esclusivamente Borgward. Il signor Carl Friederich Wilhelm Borgward (1890 - 1963) costruiva a Brema macchine semiartigianali di un’eleganza unica che in Italia erano praticamente sconosciute. Un amico di famiglia ne aveva acquistata una, il modello Hansa del 1952 col parabrezza diviso a metà verticalmente. Per papà, che non guidava da anni, un’automobile valeva l’altra. Si lasciò convincere. Era il 1956 e io avevo da poco compiuto dieci anni. Isabella ha atteso pazientemente che da passeggero diventassi autista, poi si è abbandonata alla mia guida con cieca fiducia, mostrando però il suo fermo carattere teutonico, poco avvezzo alle improvvisazioni. L’ho vista invecchiare, sempre pronta alla strada, nonostante gli acciacchi. Alla fine ho accettato che venisse demolita. Un errore madornale. Oggi, rimessa a nuovo, sarebbe un’auto da Mille Miglia.

Ho fatto il sessantotto, però dalla parte sbagliata. Non okkupavo, non indossavo l’eskimo, non facevo a sassate coi celerini, non fumavo erba, non amavo i Beatles e i Rolling Stones come il ragazzo di Gianni Morandi e non sono mai stato sull’isola di Wight. Credevo più ai poeti che ai rivoluzionari. Avevo poco più di vent’anni e pensavo anch’io di poter cambiare il mondo, però a modo mio. Gli entusiasmi per el Che e per Fidel non li condividevo e mi irritava vedere la facoltà di Lettere e Filosofia ridotta a un bivacco. Quello sfogo di anarchismo giovanile, ingenuo e velleitario per lo più, si esaurì per autocombustione. Gli studenti tornarono a popolare le aule e i baroni le cattedre. Ma nulla era più come prima.

La barca. Non ne ho mai avuta una, ma l’ho sempre desiderata e la desidero ancora. Ho goduto a volte delle barche altrui, piccole e modeste imbarcazioni a vela, sufficienti a inebriarmi di libertà. Ho passato notti indimenticabili incrociando davanti a Santa Marinella in silenziosa ammirazione dello spazio celeste. Intorpidito dal freddo e dall’umidità vedevo il cielo impallidire e il primo raggio di sole accendere l’acqua di riflessi luminosi.
Avrei voluto volgere la prua all’orizzonte e perdermi in quell’immensità. Saggiamente, chi teneva il timone puntava a riva dove ci aspettava una tazza di caffè bollente.

Automobili
Sessantotto
La barca

Curiosità

Viaggi

Ho viaggiato quel tanto che basta a verificare che la Terra non è piatta e che si può vivere diversamente da come vivo io. A parte il mal d’Africa non ho preso altre malattie e me la sono sempre cavata con quelle quattro parole d’inglese che conosco. Mi sono bagnato nelle acque dell’Oceano Indiano infestate dagli squali che hanno giudicato la mia carne poco appetitosa, ad Atene ero sull’aereo dove dovevano salire due attentatori, sono stato inseguito a Kyoto da una graziosa entraîneuse giapponese a cui compagni di viaggio burloni avevano fatto credere che avrei passato la notte con lei (mia moglie mi aspettava in albergo), ho affrontato pavidamente la notte in una locanda abissina avvolta nei fumi pestilenziali di vecchi camion tenuti a motore acceso. Sono sopravvissuto.

Fresco di patente e col diploma di maturità in tasca, partii con un amico per un viaggio nel meridione d’Italia. Una 1100 sgangherata e anzianotta ci portò a scoprire le meraviglie del sud. A Bari trovammo accoglienza in un alberghetto vicino al lungomare. Dopo aver girovagato e cenato lautamente, ci ritirammo in camera. L’indomani ci attendeva una lunga tappa e le autostrade erano di là da venire. Prima che calasse il sonno sui nostri occhi, qualcuno bussò alla porta. “Avanti”. Una formosa fanciulla in baby-doll (non troppo fanciulla) fece il suo ingresso nella stanza. “Mi avete fatto chiamare?”. Sguardi interrogativi con l’amico. “No, nessuna chiamata”. Sorriso ammaliante. “Il portiere dice che c’è una vostra chiamata per me”. Imbarazzo. “No, signorina. Ci dev’essere uno sbaglio”. “Impossibile, il portiere non sbaglia”. “Eppure, guardi…”. Il siparietto andò avanti per qualche minuto mentre la fanciulla (non troppo fanciulla) si spazientiva. Alla fine se ne andò, sbattendo la porta, arrabbiatissima. Ci guardammo interdetti. L’ingenuità di diciottenni per nulla scafati ci aveva impedito di afferrare al volo la situazione. “Chissà che voleva, quella signorina” continuammo a chiederci il giorno dopo.

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