Un conoscente mi chiede: “Quanto fai con un litro?”.Solo qualche annetto fa avrei risposto ridacchiando: “Poco, meno di un pasto”. Ora, invece, dico a mezza voce: “Eh… parecchio… almeno un paio di giorni”.
“Due giorni!? Mi prendi in giro?”.
“No, perché?”.
“Ma… ma due giorni sono un’enormità! Non c’è litro di carburante che duri tanto”.
“Carburante?”.
“Sì, carburante… benzina, gasolio… che altro credevi?”.
“Ecco… parlando di litri, credevo… pensavo che tu intendessi…”.
“Cosa? Vino per caso?”.
“Appunto… sai, ai bei tempi, in buona compagnia e tra una chiacchiera e l’altra un tubbo se ne andava in un amen e quando era la serata buona ci scappava addirittura un Barzilai. Bei tempi!”.
“Tubbo!? Barzilai!? Ma di che parli?”.
“Ah già, scusami, licenze romanesche: il tubbo era la classica bottiglia da litro, col collo svasato, e il Barzilai era la caraffa da due litri, chiamata così in onore di un noto politico romano di fine ottocento. Poi c’era la notissima fojetta da mezzo litro, il quartino, il cirichetto e, per finire, il sospiro. Come vedi una gamma completa di misure, adatta a qualunque esigenza”.
“Ma lascia perdere il vino, che se non è un veleno, poco ci manca. Alla tua età poi!”.
“Ehi, bada a come parli. Se il vino è un veleno, allora il Padreterno è il re degli avvelenatori. Quanto all’età, leggiti di Noè e delle sue ciucche ultracentenarie”.
“Macché Noè, macché ciucche, qui la ciucca si prende con la benzina, come ne la balilla, una vecchia canzone milanese, ed è una ciucca che minaccia di stenderci tutti se i petrolieri continuano a fare i furbi”.
“Che vuoi che ti dica, fanno il mestiere loro che è quello di mettersi in tasca più soldi possibile in barba ai babbei che glieli danno”.
“E secondo te che dovrebbero fare i “babbei”, andare a piedi?”.
“Non ho detto questo”.
“Ma è come se l’avessi detto. Guarda che oggi l’automobile non è certo un bene voluttuario, ma uno strumento indispensabile, e se continua l’andazzo, si ferma tutto, si ferma l’economia e va tutto all’aria. Possibile che non capisci? Non li leggi i giornali? Non senti quello che dicono gl’industriali sulla produzione, o il governatore della Banca d’Italia sul pericolo di una recessione? Dove vivi?”.
“A Ferrara, dove la recessione è endemica”.
“Che c’entra Ferrara?”.
“Giusto, lei non c’entra mai da nessuna parte, è sempre ai margini, sempre in bilico”.
“In bilico?”.
“Sì… essere o non essere… vivere… morire… sognare forse… insomma roba simile”.
“Non farmi l’intellettuale. Qui si parla di benzina e di prezzi da capogiro. Lo sai che per un pieno ci vogliono ottanta euro, quasi centosessantamila delle defunte lirette. Un bel salasso, non ti pare?”.
“Certo che mi pare”.
“E allora non ti sembra giunto il momento di fare qualcosa. Visto che i governi non fanno nulla, bisogna cominciare dal basso, da noi consumatori”.
“E come si comincia?”.
“Un mio amico dice che se col passaparola si boicottano i distributori che hanno i prezzi più alti, le compagnie si metteranno in campana. Ma bisogna che il passaparola funzioni. Tu che ne pensi?”.
“Non funzionerà”.
“Sei il solito disfattista. Parlare con te è fatica sprecata. E poi, dimmi, perché non dovrebbe funzionare? Non le senti in televisione le lamentele di quelli, e sono tantissimi, che non tirano la fine del mese?”.
“Le sento”.
“E allora?”.
“E allora mettiti un sabato all’imbocco della superstrada per i lidi: migliaia di macchine in coda a sudare benzina sotto un sole che spaccherebbe l’asfalto, se non c’avesse già pensato di suo”.
“Che vuoi dire?”.
“Che la gente piange miseria, ma all’automobile non rinuncia, tant’è vero che molti ne hanno più d’una, come dimostrano le vie cittadine dov’è impossibile trovare un buco per parcheggiare. E il traffico? Dimmi un po’, ti pare che con l’aumentare della benzina, diminuisca il traffico? Sempre il solito intasamento. E così è dappertutto, altro che passaparola”.
“Ma…”.
“Vedi? Lo sai anche tu che dar di ladro a destra e a manca e lamentarsi è l’occupazione nazionale, poi, timbrato il cartellino del piagnisteo, si gira pagina e si pensa agli affari propri, che non vanno poi tanto malaccio”.
“Ah sì, e come fai a esserne così sicuro?”.
“Di sicuro coi quattrini non c’è mai nulla, però in Italia c’è molto rosso, nei bilanci e anche altrove, ma se gratti, sotto il rosso spunta il nero”.
“Il nero?”.
“Via, non fare l’ingenuo, lo sanno tutti che l’Italia è più nera adesso che durante il ventennio, e non certo per le camice. Sul nero, caro mio, ci si campa molto meglio che sul rosso”.
“Che fai, alludi?”.
“Nemmen per sogno. E poi che c’entra la politica? Qui si parla di pecunia e pecunia non olet, specie se non si vede”.
“Insomma, per te i poveracci non esistono e, se il prezzo della benzina è alle stelle, non gliene frega niente a nessuno”.
“No, i poveracci esistono, esisteranno sempre, e sono gli emarginati e quelli che vivono di pensione dopo una vita di lavoro dipendente. Per loro tutto è troppo caro, non soltanto la benzina. Sono le frange più deboli della società, quelle che non hanno voce in capitolo e che nessuno ascolta. Per loro non si fa e non si farà mai abbastanza”.
“E’ vero. E gli altri?”.
“Gli altri? Che giorno è oggi?”.
“Domenica”.
“Allora sono al mare”.
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