Pupurrì

Vialone

Eh, ormai ho imboccato il vialone”, era solito esclamare, una volta doppiata la fatidica boa della cinquantina, lo zio Francesco Zanardi Prosperi. L’originale metafora doveva senz’ombra di dubbio testimoniare il declino dell’esistenza, inesorabilmente avviata verso la sua conclusione. Il vialone evocato dallo zio, infatti, era quel passaggio tranquillo e fuori mano che dal convulso fluire della vita conduce dritto dritto alla misteriosa immobilità della morte. Lungo quel percorso  vivi e morti (questi, soprattutto) hanno l’opportunità di rifare qualche conto lasciato a mezzo e dare, senza troppe pretese, un’aggiustatina al passivo.

Un vialone, prima o poi, tocca a tutti, ma tra un vialone e l’altro c’è differenza: ce n’è di corti e cortissimi o di lunghi eterni che, fatti a passo di funerale, sono di sconto al purgatorio; ce n’è di adatti a onoranze in pompa magna e ce n’è che lasciano passare solo il defunto o quasi; ce n’è di chiari e luminosi e ce n’è di desolati e tristi; ce n’è, insomma, per tutti i gusti. Non resta che scegliere e sperare che i posteri siano fidati. E siccome dei posteri, come l’esperienza insegna, c’è poco da fidarsi, è meglio, se si può, dar casa in anticipo alle quattro ossa che ci fanno da impalcatura. Sono soldi spesi bene, credetemi, perché dopo, se i posteri fanno di testa loro e il vialone non è quello giusto, non c’è modo di rimediare: quel vialone, che sia indicato o no, è sempre a senso unico. Dunque, vi conviene scegliere, finché siete in tempo. Io, il mio l’ho già scelto: è quello che porta al camposanto dell’Antella, un cimiterino a misura d’uomo, appartato, tranquillo, tenuto con ammirevole cura dalla benemerita Confraternita della Misericordia. Lì sono di famiglia e mi sento a mio agio. E’ come se fossi tra vecchi amici che schiacciano un pisolino. Tale, anzi, è la quiete, che mi sembra a tratti di sentire sotto i marmi e i graniti che fanno da coltrone ai defunti un ronfìo placido, regolare, come accade quando il sonno è di tomba.

I cimiteri sono, in genere, un luogo di grande conforto per i vivi. Innanzitutto ci si sta in pace, il che non è poco, e poi ci si riconcilia col prossimo, specie se defunto. Dentro i sepolcri c’è tanta brava gente, persone tutte casa e chiesa, padri di famiglia onesti e operosi, madri sante e amorevoli, e poi nonni, nipoti, zii, figli, fratelli, tutti di specchiate virtù, tutti scomparsi tra l’amaro rimpianto dei parenti inconsolabili. Bello eh? Commovente. E’ inutile, se si vuole trovare l’umanità come dovrebbe essere, non c’è che imboccare il vialone e farsi un bel giretto in un camposanto. E’ una gita che difficilmente delude le attese, a meno che si scelga proprio il giorno dei morti, il peggiore in assoluto.

Già dal primo di novembre i defunti sono tutti in agitazione e non danno retta, e i vivi poi, per farsi perdonare l’incuria di un anno, fanno di peggio: fiori e lumini dappertutto come nelle sagre dei paesi. Che eccesso! Che esagerazione! Un po’ più di contegno e di sobrietà non guasterebbero. E non solo per una questione di buon gusto, di rispetto, ma anche e soprattutto per precauzione. Chi può essere sicuro, infatti, che quel trambusto, quel pandemonio non creino nelle anime dei trapassati turbamento e inquietudine, o che addirittura, in quelle più sensibili, non suscitino emozioni tali da essere gravemente rischiose per la loro salute spirituale? Chi può dire quanto, dopo mesi o anni di contumacia, la visita di una persona cara che ostenti un’afflizione di circostanza possa essere fonte di nocivi isterismi, di rovinose eccitazioni? Prima di andare a versare lacrime di coccodrillo sulle tombe, bisognerebbe riflettere. Guastare il sacrosanto riposo ai morti è da villani, trattarli per giunta anche da micchi, perché si ha la coda di paglia e con un pizzico di pietà pelosa si vuol mettere a posto la coscienza, è da birbe.

E birbe sono soltanto i vivi, dal momento che i morti, anche quelli che vissero da pellacce matricolate, mutando stato e residenza ipso facto si trasformano nella memoria dei superstiti in altrettanti galantuomini, in paciocconi, in filantropi. Qualcuno, anzi, peccatore tra i più incalliti e perciò prediletto fra gli ovini del Signore, può sperare, colle beatificazioni che corrono, che alla misericordia divina si aggiunga quella umana. Ciò che a Dio dovrebbe riuscire difficile, infatti, riesce facilissimo all’uomo, sempre svelto a girare le carte in tavola e pronto a spargere clemenza postuma a sbafo. Con un po’ di pazienza e di fortuna c’è modo così di farsi dare una bella lustrata alla fedina e di guadagnarsi una santità, se non proprio da calendario, almeno da immaginetta popolare. La fiducia non costa nulla e male che vada, se la via degli altari è troppo dura, si può sempre attendere una bella sanatoria speciale ad hoc, come va di moda nella pubblica amministrazione.

Chissà se lo zio Francesco, quando imboccò il suo vialone, una ventina di anni fa, ha potuto usufruire di uno di quei condoni che danno diritto alla corsia preferenziale e portano difilato a bussare alla porta del Paradiso. Lo spero vivamente per lui, come gli auguro, nel caso si trovasse ancora in coda davanti alla biglietteria celeste, di buscare una delle tante indulgenze che le anime pie “lucrano” a favore dei defunti, dentro e fuori i giubilei. Di tali brave persone ce ne sono più che non si pensi, anche se, in questa valle di lacrime dove, come diceva un’amica di famiglia, “ci si piange tanto bene”, la gente passa il tempo a lucrare ben altro che le indulgenze messe copiosamente a disposizione dalla Penitenzieria Apostolica.

Sulla Terra sembra molto più redditizio andare in busca di onori e prebende e accumulare tesori che con quello amministrato dalla Chiesa nulla hanno a che vedere. Perfino nei palazzi Vaticani c’è chi butta l’occhio più sulla poltrona del superiore che sul trono dell’Altissimo. Ma non c’è da meravigliarsi: via, come fa un povero curiale sbattuto tra porpore e feluche, tra saloni e arredi, tra genuflessioni e riverenze, tra omaggi e regalie, tra blandizie e intimidazioni, tra una corte pontificia e l’altra, a coltivare quell’umiltà d’animo, quella profonda libertà che è nel cuore del messaggio evangelico? Di fronte a tante lusinghe non c’è vialone che tenga: conta solo il presente, il carpe diem, il pragmatico take your chance.

Cogliere l’attimo fuggente è il sogno di tutti. Era anche il sogno di un pugno di “nipotini” di Walt Whitman che in un film di struggente malinconia, almeno per chi come me si considera il più stinto dei “poeti estinti”, volevano dare senso al tempo effimero della giovinezza, un tempo in cui tutto è possibile perché nulla mai si realizza. I vent’anni di quegli illusi nipotini erano identici ai miei e a quelli di molti miei coetanei. “O capitano! Mio capitano!”… No, non ci sono più capitani… Non ci sono mai stati… Non ci sono oceani, né Croci del Sud, né aurore boreali o venti impetuosi, o bonacce… Non ci sono porti dove sbarcare e non ci sono terre da esplorare… E non c’é vita da vivere da nessuna parte. La “Dead Poets Society” ha imboccato da un pezzo il suo bel vialone, e io con lei e con tutti quelli che in gioventù hanno avuto la speranza di vivere e il terrore di sopravvivere.

 

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